Alla scoperta di un’eccellenza italiana: le Officine Olivetti

Alcune classi quinte del nostro Istituto si sono recate a Ivrea, per toccare con mano le vestigia olivettiane

Tutti, almeno una volta nella loro vita, hanno sentito nominare il marchio “Olivetti”.

Esso, infatti, è famoso per la produzione di macchine da scrivere, per avere offerto un impiego a numerosi operai piemontesi e soprattutto perché questa realtà non solo è stata un’azienda come tante ma una vera e propria comunità.

Così, per entrare in tale mondo, alcune classi quinte del nostro Istituto si sono recate a Ivrea, per toccare con mano le vestigia olivettiane e respirare un po’ di quell’atmosfera. A far riemergere la memoria dell’azienda, però, è stata un’ottima guida, figlia di un ex-impiegato Olivetti, che è stata in grado di trasmettere, attraverso le sue esperienze personali e i suoi ricordi, l’attenzione che Adriano Olivetti riservava nei confronti dei suoi dipendenti. L’uscita didattica ci permesso di conoscere questa realtà e vedere i vari edifici di quelle che furono le officine ICO, dal nome del fondatore: l’Ingegnere Camillo Olivetti.

Il nostro tour personale è iniziato dal “Laboratorio-Museo Tecnologicamente”, dove abbiamo avuto modo di ripercorrere l’evoluzione di tutte le macchine da scrivere, partendo dall’iconica M1, presentata nel 1911, fino alle più recenti sempre più simili ai moderni computer. Successivamente abbiamo esplorato il museoa cielo aperto dell’architettura moderna definito “MaAM”: una serie di edifici voluta da Camillo Olivetti che, nel 1896, ne diede avvio attraverso la costruzione della cosiddetta “fabbrica di mattoni rossi”. La nostra visita è continuata negli altri luoghi olivettiani come l’asilo, destinato ad accogliere i figli dei dipendenti, Talponia, uno dei villaggi operai più noti d’Italia perché contraddistinto dalla sua linea avveniristica, il centro uffici, il centro culturale, e i numerosi ampliamenti a opera degli architetti Figini e Pollini. Proprio l’attenzione al design voluta da Adriano Olivetti ha garantito al complesso di essere inserito nella lista dei beni culturali UNESCO e, a nostro parere, questo riconoscimento del luglio 2018 è solamente l’inizio di un percorso, grazie al quale poter valorizzare la storia imprenditoriale dell’azienda.

Leggendo alcune pagine di “Le fabbriche di bene” di Adriano Olivetti stesso, ci siamo imbattuti in un’affermazione riguardante il rapporto tra responsabili e operai che recita: “Ciascun lavoratore era al pari loro, era un uomo di fronte a un uomo”. Attraverso ciò, è possibile comprendere la concezione che egli aveva dei suoi dipendenti: questi ultimi erano ritenuti uomini, non strumenti di guadagno. Sul lungo periodo, ciò è stato ripagato dagli operai che, in vari casi, nei periodi di difficoltà economica, decisero di lavorare intere giornate pur sapendo che avrebbero ricevuto una paga dimezzata, poiché tra loro e il proprietario era nato un rapporto di fiducia. Non bisogna nemmeno tralasciare che la stessa Apple prenderà spunto da Olivetti e che la NASA acquisterà i calcolatori della ditta per svolgere i calcoli che hanno reso possibile l’allunaggio.

In conclusione, sono state molte le suggestioni, ma ciò che ci ha colpito maggiormente è che sia Camillo sia il figlio Adriano siano stati tra i primi imprenditori a sostenere la concezione che un posto di lavoro stimolante, meritocratico ed esteticamente bello possa aumentare la produttività degli operai. A tale scopo, essi fecero costruire spazi dedicati alla lettura e al cinema.

Oggi, nel mondo dell’efficientamento e della produttività spinta a ritmi fordiani, forse, sarebbe bene prendere spunto da un modello differente e squisitamente italiano.

Tiziano De Marco e Davide Rossini5D LSS