Parlare con gli occhi.

In un’epoca in cui lo studio ha importanza vitale nell’esistenza di ognuno, gli studenti sono a casa. O meglio alcuni erano a casa da circa un anno, con una pausa intermedia a settembre; “erano” perché il 18 gennaio alcuni di loro sono tornati in classe. Le scuole hanno deciso di affrontare la situazione in maniera differente: c’è chi va a giorni alterni, chi i primi due o gli ultimi tre della settimana e chi, come nel mio caso, si reca a scuola per tutta una settimana (solo metà classe) e poi rimane a casa quella successiva.

Sinceramente non sapevo cosa aspettarmi: da una parte avevo voglia di tornare in classe, dall’altra ne ero timorosa. Non so il motivo, questo periodo ha lasciato e lascia in tutti incertezza e confusione, mischiate alla noia e alla monotonia di giornate che fanno perdere la voglia di fare qualsiasi cosa. Ma adesso siamo tornati e non importa la modalità con cui lo abbiamo fatto perché abbiamo bisogno di un confronto con i nostri amici e con i professori; è arrivato il momento di ritornare ad una pseudo-normalità, di riprendere a conversare dal vivo, di vedere e sentire le persone intorno a noi, perché la vita di un ragazzo/a, nonostante le mille attività che si possono svolgere al di fuori, gira attorno alla scuola.

Certo è tutto diverso, la distanza, le mascherine, l’assenza di abbracci… ma c’è una cosa che queste norme ci hanno insegnato: a ridere. A ridere veramente, con quel sorriso che coinvolge il viso e il corpo, che suscita una   telepatia che ormai deve regnare in classe, perché non si può parlare se non urlando e men che meno si può leggere il labiale. I ragazzi hanno imparato a parlare con lo sguardo e tramite esso si scambiano opinioni, pensieri, si danno conforto e, dove le parole non possono arrivare, tutto il loro corpo si mette sinesteticamente in ascolto di quegli occhi che sbucano dalla mascherina e diventano l’unica via di comunicazione.

Questa settimana è il mio turno di rimanere a casa, ma non ne ho voglia, vorrei prendere il pullman con le cuffiette nelle orecchie, aspettare nel freddo del mattino che il cancello della scuola si apra per potermi sedere al mio banco e cominciare la giornata, una giornata che richiede attenzione e impegno, per cui arrivi alla sera soddisfatto, certo, ma stanco e  con la speranza di trovare conforto nel tuo letto…in quella camera che, però,  è stata per troppo tempo il fulcro della tua vita.

Nicole Destro, V F LSSAM

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