Distopie e totalitarismi: alcune riflessioni

“Un’utopia distorta, una speranza avariata, un’illusione di progresso che, invece di migliorarci, ci fa sprofondare dentro un baratro oscuro. La distopia non riesce ad essere una cosa sola, perché ha tante facce, infinite derive che rispondono alle tante degenerazioni di cui l’umanità si scopre capace. Se l’utopia è la prospettiva di qualcosa di meraviglioso, un ideale talmente perfetto da risultare poi irrealizzabile, la distopia è la sua copia carbone, ovvero la versione decadente di una società piena di contraddizioni. In ogni caso parliamo di scenari futuribili, di immaginari spinti verso un ipotetico domani, insomma di proiezioni. E, assieme a tanta letteratura di genere, non c’è stato posto più adatto del cinema dove continuare a proiettare un futuro abitato da ansie e critiche rivolte al mondo contemporaneo”.

G. GROSSI,  https://movieplayer.it/articoli/da-matrix-ad-hunger-games-distopie-e-proiezioni-di-un-futuro-che-fa-pa_15025/

1)

Lo scenario tipico sul quale si apre il sipario di quasi tutte le distopie fantascientifiche ci fornisce l’immagine di una società post-apocalittica estremamente ordinata, stabile, funzionale, dove ogni singolo individuo appartiene a un gruppo e ogni gruppo riveste un ruolo di primaria importanza all’interno della complessa macchina amministrativa che garantisce pace e un apparente benessere collettivo.

Sono questi i presupposti di Orwell 1984, in cui un preciso meccanismo governativo si esplica nella tripartizione dei ruoli professionali in membri del partito interno, l’Ingsoc, cioè coloro che vigilano sull’ordine sociale e intervengono per mantenerlo; in membri del partito esterno, ossia i funzionari dell’amministrazione impiegati nei vari ministeri e, quindi, in prolet, che lavorano alla produzione dei beni necessari al sostentamento della società. Stesso schema per il celebre e più moderno romanzo Hunger Games, in cui la popolazione di Panem vive organizzata in dodici distretti molto diversi tra loro; e ancora per Divergent, il romanzo di Veronica Roth che racconta di un mondo diviso in cinque fazioni, ciascuna caratterizzata da carismi e atteggiamenti specifici e coinvolta in un settore essenziale per la tutela della stabilità sociale: gli Abneganti sono i leader politici, i Candidi i sindacalisti, gli Eruditi dottori, scienziati, insegnanti, gli Intrepidi si occupano di sicurezza e difesa, i Pacifici della sfera spirituale. Nel suo complesso, la distopia vuole una separazione rigida e ben definita dei ruoli, in cui l’immobilismo è la condizione su cui si regge il sistema. Ma, come in ogni racconto che si rispetti, compare sempre qualche personaggio originale che mette in crisi lo status quo.

L’analogia con la struttura dei totalitarismi novecenteschi è evidente. Fascismo, comunismo staliniano e nazismo sono stati tutti figli delle crisi e padri dell’ordine, veneratori della modernità e paladini della rinascita, sorti in tempi di forti conflitti sociali dovuti a condizioni di indigenza diffusa, spiccata disuguaglianza tra classi e assenza totale di punti fermi. Nati come movimenti sostenitori o avversari dell’una o dell’altra rivoluzione, una volta giunti sui troni del potere hanno tutti propugnato politiche fortemente conservatrici e reazionarie a qualsiasi genere di mutamento, dinamismo sociale e vivacità culturale. Si pensi alla deriva stalinista dell’URSS, presto macchiata dal sangue dei maggiori protagonisti intellettuali dell’Ottobre, come Trovkij e Zinov’ev, e dei kulaki, quei contadini che liberati finalmente dal giogo della fame e della schiavitù si erano prodotti piccoli patrimoni e guadagnati alcuni ruoli di influenza nelle campagne. In Italia, in cui la situazione di equilibrio precario fra monarchia, governo e Chiesa non consentiva l’attuazione di soluzioni arbitrariamente estremiste, la partita è stata giocata scommettendo sulla manipolazione delle coscienze, sulla propaganda e sulla graduale imposizione di norme e divieti; poi, sebbene limitati, non sono mancati anche episodi di condanne a morte e all’esilio. Per disincentivare le tentazioni di dissidenza il Duce insisteva molto sui miti e i valori della tradizione, l’unità e l’armonia famigliare, l’orgoglio e l’impegno nel lavoro, la fedeltà e il servizio alla patria, sfruttando una narrazione falsata e populista per creare un solido strato di consenso. Nelle menti conquistate dal fascismo l’ideale di società perfetta doveva coincidere con quella edificata dal regime stesso, in cui la figura della guida politica diventava anche un po’ quella del buon padre di famiglia, energico e premuroso, cui concedere la propria fiducia e obbedienza.

Un padre simbolo di potenza, decisione, pronto a battersi per svecchiare la nazione e destare dalla passività sonnolenta un popolo annichilito reso lo zimbello d’Europa: è il caso di Adolf Hitler. Un padre non soltanto da ammirare e venerare, ma da amare, categoricamente. Come il Grande Fratello che tutto vede e tutto sa. Bisogna amarlo, perché egli è garante del bene comune e si preoccupa scrupolosamente del bene di ogni singolo uomo, o almeno così fa credere. Monitora le vite di ciascuno fino negli spazi più intimi, dalla culla alla tomba. È un volto onnipresente che invade l’interiorità dell’individuo fino al suo annullamento, all’assorbimento completo del singolo nello Stato, nel partito. L’individuo è il partito, il partito è l’individuo. Mussolini è l’Italia, Mussolini è gli italiani. Per vent’anni compare sulla prima pagina di tutti i giornali la scritta DUCE, a lettere cubitali, e nei cinegiornali settimanali prodotti dall’Istituto Luce, che precedono ogni proiezione nelle sale dei cinema, il leader in divisa si mostra al lavoro dedito alle sue “grandi” imprese di bonifica, di conquista coloniale: anche quando le cose non filano esattamente lisce le notizie continuano ad alimentare il mito di una nazione paradiso, giovane e sorridente. La cronaca nera è pressoché abolita. In Orwell 1984 questo ruolo è assolto dalla voce femminile piatta e penetrante dei lunghi notiziari, che riportano aggiornamenti costanti in merito alle grandiose vittorie belliche di Oceania contro Eurasia ed Estasia, trasmettono pubbliche confessioni dei ribelli e impiccagioni di massa che, come nella Germania hitleriana, servono da spettacolo e da monito.

“La guerra è pace”. “Libertà è schiavitù”. “Ignoranza è forza”. La voce dell’”informazione” incalza timpani ammaestrati con tono placido e martellante: con il potere della parola riprogramma i cervelli. George Orwell è in questo frangente un maestro dell’analisi della psiche e della società, perché riesce a mostrarci la forza impareggiabile del linguaggio nel plasmare le menti, nel definire l’identità degli uomini. Winston, il protagonista, lavora al Ministero della Verità, dove, per paradosso, si occupa di riscrivere le notizie dei giornali non allineate con i dettami del partito. Nella cabina accanto alla sua, un “amico” provvede con entusiasmo a eliminare le parole in disuso o ritenute inutili, affinché possa raggiungersi nel tempo la lingua perfetta, sintetica, contenuta in edizioni sempre più esili dei dizionari della “neolingua”. La parola costituisce le possibilità i limiti del pensiero, l’estensione del vocabolario corrisponde all’estensione delle capacità logiche e intellettive di chi lo possiede: quando manca il vocabolo manca l’idea stessa. In questo modo sarebbe sufficiente cancellare dalla memoria di un popolo le parole “giustizia”, “desiderio”, “uguaglianza”, “verità”, “diritto” per costruire un impero di obbedienti soldatini. Il fascismo ci offre esempi eclatanti, a tratti umoristici, di “correzione” linguistica: “tramezzino”, “cornetto”, “autorimessa”, sono parole introdotte dal regime in sostituzione a quei vocaboli importati dall’estero come “sandwich”, “croissant” e “garage”. Perfino termini italiani che rimandassero a culture di altri paesi, quali “insalata russa” e “chiave inglese”, vennero immediatamente tradotti in “insalata tricolore” e “chiavemorsa”. Tutto per ridurre al minimo livello qualsiasi possibilità di interferenza tra lo Stato e i suoi cittadini-sudditi. E questo la dice lunga sull’importanza della cultura nelle società: la cultura è la misura della salute di una nazione. 

Inoltre, lo Stato totalitario è per natura affetto da megalomania.  Per mantenersi vivo, lo Stato totalitario ha necessità di oscurare il mondo esterno, di azzerare le possibilità di soluzioni alternative, attraverso la propria autoreferenziale esuberanza. L’uomo che malauguratamente è chiamato a vivere sotto il dominio di un totalitarismo si ritrova come isolato, inconsapevolmente rinchiuso in una bolla di vetro infrangibile: quello che può vedere, sentire, toccare lo sceglie qualcun altro per lui, gli stimoli sono tutti filtrati e opportunamente depurati. In Orwell 1984 ciascuna persona è tremendamente sola, è un’isola felice che nemmeno sa di poter aspirare a una vita migliore, perché tutto ciò che conosce è esattamente ciò che la schiavizza ed è anche la sola possibilità di esistenza contemplata. Nel film, l’aspetto dell’isolamento è centrale, al punto che il rapporto di coppia, come quello che getta Winston e Julia nel baratro, è vietato e stigmatizzato, quasi a voler implicitamente suggerire che non può esistere amore rivolto a soggetti distinti dal Grande Fratello. Tra di loro non si chiamano per nome, bensì “fratello” e “sorella”; uno stile senz’altro ispirato all’appellativo “compagno” appartenente al lessico comunista, e che, a pensarci bene, causa un’indeterminatezza di identità sconvolgente, tale da azzerare le prerogative di unicità e autonomia del singolo, il quale diviene irreversibilmente parte di un tutto, una “famiglia”, il partito, cioè la sola entità indipendente, da cui l’essere dell’individuo trae il suo significato. All’isolamento fa da contraltare la strategia dell’aggregazione delle masse in occasione di grandi eventi pubblici celebrativi del partito o denigratori dei dissidenti: è questo uno strumento di auto-indottrinamento delle coscienze dagli effetti portentosi. Le similitudini con fascismo e nazismo non finiscono: raduni, adunate, sabati fascisti, commemorazioni furono tutti sfruttati per gli scopi propagandistici determinanti per mantenere il potere.

Vi è, infine, da chiarire la questione del diverso inteso come non omologato, lo “psico-criminale” per dirla alla Orwell. Si tratta del nucleo incandescente di qualsiasi totalitarismo, l’architrave degli edifici del potere dittatoriale, il pilastro che regge l’intero sistema. La chiave si riassume in una semplice equazione: il diverso è il malato. Il malato è qualcosa di sbagliato, di mal riuscito, che ha bisogno una cura. “Psico-criminale” non è un termine casuale, ma assume invece un preciso, e peraltro interessantissimo, significato. Questo affianca all’errore volontario compiuto in malafede detto crimine, la componente dell’irresponsabilità, propria di colui che è incapace di agire perché incapace di autocontrollo e autodeterminazione. È una parola che si avvicina moltissimo alla sfera delle formule magiche dacché basta per screditare enormemente la dignità intellettuale dell’oppositore svuotando le sue azioni di quel senso di eroismo misto a integrità morale che tradizionalmente lo elevano a martire degli ideali e a scatenatore di insurrezioni. In quest’ottica, l’insoddisfazione si tramuta in colpa, l’avversione in psicosi da correggere. Così Winston viene curato: nella stanza 101 del Ministero dell’Amore è sottoposto alla terapia della tortura e del terrore spinti ai massimi estremi, finché non rinnega sé stesso e il suo amore per Julia, finché non muore, dopo essersi fatto strappare dalla bocca le parole “Ti amo”, guardando il volto del suo giustiziere.

La distopia è un genere affascinante che svela l’umanità a sé stessa, ne porta alla luce gli istinti più bestiali, feroci, oscuri. Di certo, una delle ragioni per cui riscontra grande apprezzamento tra il pubblico è riconducibile al suo carattere critico-rivoluzionario, che si esprime nel mettere in scena la degenerazione dei rapporti umani proiettati nel futuro esasperando le problematiche sociali del presente di cui, in fondo, ciascuno è in qualche misura vittima, seppur non del tutto consciamente. La distopia è angoscia che si fa opera d’arte, e, proprio per il suo carattere lacerante, crea brecce nell’animo umano da cui emergono i segreti più intimi, ferite attraverso cui ognuno può scorgersi nelle viscere e scoprire tutte le volte un nuovo io da conoscere sempre meglio.

Gabriele Zerbola, V F LSSAM

2)

Non è affatto scontato, almeno per quanto mi riguarda, lo strabiliante ruolo, seppur talvolta intangibile e apparentemente inesistente, giocato dalle produzioni cinematografiche nell’influenzare il modo in cui le masse si rapportano alla società della quale fanno parte. Si pensi in particolare alle scelte stilistiche e contenutistiche dei registi, che spesso hanno nelle mani, o perlomeno vi aspirano, la possibilità di determinare la chiave di lettura della società da parte del pubblico. Finanche Mussolini, avendo intuito le potenzialità del cinema (non per nulla, in occasione dell’inaugurazione di Cinecittà del 1937, il Duce affermava che “la cinematografia è l’arma più forte”), fu capace di sfruttarlo a proprio favore su due fronti: da un lato incalzò la produzione di cinema “di evasione”, non partecipe della vita socio-politica del tempo, di fronte al quale il pubblico era facilmente distratto e ancor più facilmente reso inoffensivo nei confronti del regime perché, dopotutto, è decisamente più gestibile un pubblico rapito di fronte a una proiezione piuttosto che un popolo di rivoltosi e militanti; dall’altro, con la diffusione di pellicole prodotte dall’Istituto Luce, tassello essenziale dell’instancabile propaganda fascista, seppe rendere agli occhi del popolo italiano un’immagine gloriosa di sé e impeccabile ed efficiente della macchina dello Stato, ma anche, più generalmente, del sistema Paese, dei cui pregi il Duce si attribuiva più di qualche merito. Riuscì così a far penetrare l’ideologia fascista in ogni abitudine e in ogni gesto degli italiani: un esempio fra tutti è il più volte citato “solco dell’aratro”, che, quasi sacralizzato, diventa simbolo e prerogativa dell’Italia contadina fascista. 

La stessa brillante abilità nell’uso delle proiezioni a fini propagandistici (che, nel caso del regime fascista, deve essere lucidamente ammessa, senza fare in alcun modo dell’ammissione un elogio, ma, al contrario, avendo sempre coscienza del cinismo con cui tale abilità fu piegata al perseguimento di ogni fine, anche i più illiberali, perversi e inumani) è chiaramente individuabile nel film 1984:  il Grande Fratello orwelliano, attraverso la messa in onda di innumerevoli confessioni fittizie dei nemici del Partito, che affermano di essere finalmente “guariti” e di essersi pentiti delle proprie azioni contro il regime, finisce per persuadere il popolo, forzato all’ascolto in ogni momento della propria esistenza, che il dissenso è una malattia psicologica a cui, per il bene della società, bisogna rimediare con la redenzione, alla quale  si giunge attraverso torture fisiche e psicologiche e con un’incondizionata devozione al partito. A ben vedere, in effetti, 1984 è una tra le più riuscite rappresentazioni dei caratteri tipici delle società degenerate, su cui facilmente gettano le proprie radici, per quanto riguarda l’assetto sociopolitico, regimi illiberali, dittature e totalitarismi che, per la propria conservazione, mirano a rendere, se possibile, ancor più marcate le debolezze e le contraddizioni di tali società. In ogni particolare sembra possibile individuare un’analogia con i caratteri dei regimi totalitari che hanno contribuito a scrivere la storia del Novecento. 

È stato precedentemente nominato l’Istituto Luce: ebbene, credo valga la pena soffermarsi su quanto abbiano in comune i tentativi del Grande Fratello di “modificare” il passato e la storia (si noti che il film inizia con la didascalia “chi controlla il passato controlla il futuro”), attraverso la manipolazione delle informazioni veicolate dalla stampa, in modo da renderla favorevole al Partito, e le forzature, che arrivano ad essere vere e proprie contraffazioni della realtà, presenti in cinegiornali e proiezioni dell’Istituto Luce, create in funzione delle esigenze della propaganda di regime fascista. E a proposito di propaganda, non sono forse del tutto simili le parole dell’altoparlante, che perennemente assilla il popolo e che esalta, con l’enumerazione di infiniti dati, i risultati raggiunti dal sistema produttivo del continente, e i molteplici discorsi durante i quali il Duce si compiaceva dei successi della cosiddetta “battaglia del grano”, che portava l’Italia diversi passi più avanti in direzione della tanto agognata autosufficienza?

Ulteriori analogie con i totalitarismi del Novecento emergono poi se pensiamo alla repressione, tutt’altro che sommaria e persino morbosa, del dissenso: il Partito ingerisce su ogni aspetto della vita del popolo (un’attenzione “dalla culla alla tomba”, come si è detto, per esempio, riferendosi al regime fascista), cosicché possa essere stroncato sul nascere, se non addirittura evitato, qualunque tentativo di sovversione. Proprio nel secondo caso ricade il tentativo di istituzione di una “neolingua” che potesse soppiantare quella in uso, con l’obiettivo, attraverso l’abolizione o la sostituzione della quasi totalità dei vocaboli, di rendere a tutti gli effetti impossibile la costituzione di un pensiero sovversivo. Nel film, nello specifico, tra le mire della neolingua troviamo l’intenzione -almeno parzialmente realizzata, dato che la maggior parte dei lavoratori non sembra capace di andare oltre all’entusiasmo provocato dall’aumento della razione settimanale di cioccolato-  di plasmare il popolo in modo da renderlo passivo, tollerante, quasi cieco di fronte alle brutalità e alle contraddizioni del regime: il termine “intransigenza” è sostituito con “psicocrimine”, la parola “insinuazione” viene addirittura eliminata dal vocabolario. In modo analogo, seppur con scopi differenti, anche il regime fascista rivolse parte delle proprie attenzioni alla lingua del Paese: fu intrapresa una vera e propria opera di “italianizzazione”, di impronta nazionalista, volta a segnare sempre più nettamente la rottura con il passato e con le usanze straniere; ne Il Popolo d’Italia si scriveva: “Basta con gli usi e costumi dell’Italia umbertina, con le ridicole scimmiottature delle usanze straniere”. Avendo rivolto uno sguardo all’atteggiamento del Partito nei confronti del dissenso, è necessario soffermarsi su un particolare che può apparire come un controsenso: la “psicopolizia” al servizio del Grande Fratello giunge perfino a sfruttare l’immagine del sovversivo a proprio favore. Come il Fuhrer era riuscito, seguito “a ruota” dal Duce, a fare del popolo ebreo un capro espiatorio, una minaccia per l’intera società, come il regime comunista sovietico aveva istituito un’immagine demonizzata dei capitalisti e come, più in generale, ogni movimento nazionalista nel corso della storia ha cercato un nemico, un avversario nei confronti del quale mettere in atto una perpetua persecuzione, allo stesso modo il Partito del Grande Fratello individua nei dissenzienti i “tarli” della società che giustificano l’ossessiva oppressione e il controllo morboso nei confronti di ogni cittadino, addirittura, come sarà rivelato al protagonista, istituendo un movimento sovversivo fittizio utile a portare allo scoperto, con l’inganno, chiunque stesse realmente cospirando contro il regime.

Proprio dal controllo “morboso” di cui si è appena parlato scaturisce l’analogia, ancora una volta per nulla difficoltosa, che ci prepariamo ad analizzare. Non è necessaria molta fantasia, infatti, osservando i rapporti tra i diversi cittadini o addirittura all’interno di ogni singolo nucleo famigliare, per accostarli al clima di tensione della società sovietica negli anni dell’Urss. Come emerge dalle moltissime testimonianze esaminate dagli storici, l’Unione Sovietica staliniana affidava buona parte del proprio controllo dei movimenti sovversivi alla delazione, ovvero alle denunce segrete dei “sussurratori”, le quali contribuivano all’instaurarsi di un clima di terrore senza soluzione di continuità in cui, per non essere additati come “nemici del popolo”, i comuni cittadini erano spinti a trasformarsi in informatori della polizia, tradendo, spesso con accuse false motivate soltanto da occasioni di lucro personale, i propri simili. In una tale tensione, dunque, ognuno dimostrava diffidenza perfino nei confronti dei propri cari e nessuno poteva considerarsi al sicuro dall’arresto e quindi dalla morte o dalla deportazione. Parimenti, nel capolavoro di Orwell, addirittura i bambini sono chiamati a “sorvegliare” i propri genitori e a non esitare a denunciarli in caso di sospetto “psicocrimine” ovvero il concepimento di un’ideologia non conforme a quella del Partito, persuadendoli che quello sia l’unico modo per salvarli o per proteggerli dalla “malattia” del dissenso. Il clima in cui sono chiamati a vivere i cittadini, dunque, è di reciproca diffidenza, perfino tra chi siede di fronte durante il pranzo, o tra chi lavora in postazioni adiacenti.

Se finora si sono esaminati gli aspetti che potremmo classificare come “pratici”, ovvero le modalità con cui il regime agisce, è bene considerare che il fondamento di ogni sorta di totalitarismo, compreso quello descritto in 1984, risiede in un’ideologia, dalla quale inevitabilmente deriva la linea d’azione del regime. Proprio attorno ad alcuni aspetti dell’ideologia del Grande Fratello si sviluppa l’intero film. Innanzitutto, come è caratteristico di questo tipo di assetto politico, tra i pilastri su cui poggia il regime troviamo la questione bellica. “La guerra è pace” ripete altisonante la voce proveniente dagli schermi. In realtà, come si apprende dall’opera di Goldstein che il protagonista sfoglia, la quale illustra l’ideologia del Grande Fratello, “lo sforzo bellico è programmato per tenere la società alla soglia della fame” e ancora “lo scopo della guerra non è la vittoria ma la continuità”. La guerra, dunque, è semplicemente essenziale alla sopravvivenza del regime, in quanto, come riportano le pagine successive dello scritto, “una società gerarchica è possibile solo su una base di ignoranza e povertà”. Si tratta, quindi, non di uno sforzo necessario per difendere la propria patria e neppure per conquistare terre nemiche, ma soltanto di uno strumento utile a costringere il popolo alla  perenne povertà anche culturale, in modo che non trovi forze per sollevarsi e per ribellarsi. 

Per avvicinarsi, poi, a un altro aspetto della filosofia del Grande Fratello, si noti come l’oppressione del regime generi nel protagonista un desiderio di trasgressione, la quale, in questo caso, è rappresentata dal sentimento nato tra i due amanti. Si tratta di trasgressione perché, e qui si giunge a una delle questioni di maggior rilevanza all’interno dell’ideologia dei totalitarismi, il sentimento è proibito. Per meglio dire, ogni sentimento che non sia rivolto al Partito è proibito. In questi termini, la famiglia, come si dice nel film, “è obsoleta, superata”, l’orgasmo è abolito (poiché “l’ego-vita conduce a considerazioni che esulano dalle necessità del partito”), mentre si preferisce, considerandola una conquista neurologica, l’inseminazione artificiale. L’unico scopo della procreazione è dunque quello di rispondere ai bisogni del Partito e del sistema produttivo, mentre si vuole evitare ogni legame affettivo.

I regimi totalitari, infatti, si fondano sul rapporto diretto di ogni cittadino con un capo, spesso una figura carismatica, un “uomo forte”, che nel film assume anche caratteri mistici e misteriosi: si tratta, forse più che in ogni altro contesto, di un “semi-Dio”. E tale rapporto deve inderogabilmente essere di assoluta lealtà, di devozione incondizionata, infatti la sola obbedienza non è soddisfacente, non dà al despota la certezza del proprio potere. Qui trova le radici il cosiddetto “bipensiero”, ovvero lo sforzo di volontà che ogni cittadino è chiamato a compiere per accettare quale verità ogni cosa e anche il suo opposto (dimenticando il cambio di opinione e il fatto stesso di aver dimenticato), in modo da non opporsi mai all’ortodossia, alla mente del partito, che essendo collettiva e immortale, secondo il Grande Fratello, non può che prevalere su quella individuale. L’esito finale è la mancanza di capacità di distinguere il vero dal falso e dunque l’adeguamento passivo alle verità del Partito.

Lo stesso concetto di devozione necessaria, in termini forse più realistici, più pratici, è espresso, nel contesto dell’Italia fascista, dallo slogan mussoliniano “forza e consenso”: la sopravvivenza del regime non poteva derivare dal solo controllo dispotico, ma doveva necessariamente essere garantita dalla devozione del popolo. L’idea di capo inteso come un “semi-Dio”, inoltre riporta alla mente l’interpretazione che Hitler dava dell’ideologia nazista, considerandola alla stregua di un culto religioso, o meglio ancora di una religione politica (preferita da Hitler stesso in quanto, è vero, questa si erge sulla base di alcuni dogmi, come, nel contesto nazista, la purezza della razza ariana e la profezia di un nuovo impero tedesco di grandezza e di potere, che però collassano in assenza di un uomo forte, in questo caso il Fuhrer, al vertice). L’analogia è ribadita dal fatto che, come Hitler, attraverso la “soluzione finale”, pretendeva di “purificare” l’umanità, allo stesso modo O’Brien, il membro del Partito Interno che aveva ingannato il protagonista consegnandogli il manuale di Goldstein, afferma la volontà e la pretesa del Grande Fratello di sfruttare il potere per “perfezionare” – secondo il Partito si tratta di “curare” – l’uomo, se necessario anche attraverso la violenza: ogni mezzo è utile, usando le stesse parole del torturatore, a “smontare la mente umana per ricostruirla a proprio piacimento”. Proprio dai dialoghi del momento della tortura, infine, è possibile dedurre le mire utopiche o, più probabilmente, distopiche del Partito. O’Brien, infatti, durante la tortura suggerisce alla propria vittima una visione particolare del futuro, alludendo all’immagine di un uomo sfinito, rappresentante il popolo oppresso, il cui volto è schiacciato da uno stivale, che invece simboleggia il potere del regime. Questa metafora credo possa fungere da chiave di lettura delle ambizioni di ogni regime totalitario, il quale, sfruttando ancora una volta le parole dei personaggi, “vede il potere non come mezzo ma come fine”. E tale potere si concretizza, come se ne è talvolta avuta prova nel corso della storia, con un perenne mantenimento “in scacco” del popolo e con la conseguente deriva dell’intera società verso una definitiva degenerazione.

Una serie di analogie con i totalitarismi del Novecento, quella presentata, che ci porta infine a porci una domanda: come può una produzione cinematografica con tanti riferimenti ad alcune tra le pagine più buie della storia avere tanto successo? 1984 non è certamente un caso isolato: ci troviamo, negli ultimi decenni, di fronte a un cinema che, almeno in parte, risponde a quella che sembra una “fame”, da parte di un pubblico, soprattutto giovane, in scala sempre maggiore, di film distopici. Credo che il motivo sia da attribuire alla volontà, in particolare da parte delle nuove generazioni, di segnare una frattura con i valori del passato per istituirne di nuovi. Le nuove filosofie di pensiero ambiscono a uno spazio “fertile” in cui espandersi: in questi termini, i valori del passato, considerati obsoleti, “asfissiano” quelli emergenti, dando luogo a uno scontro nel quale il “nuovo” cerca con ogni mezzo di divincolarsi dalla stretta del “vecchio”. I film distopici, dunque, in cui i protagonisti, spesso ragazzi, sono oppressi e hanno “le ali tarpate” (si pensi al labirinto di Maze Runner, o alla rigida divisione in classi sociali di Divergent), diventano una metafora in cui le nuove generazioni della nostra società amano rispecchiarsi, trasformandosi in veri e propri ribelli che, con coraggio, si sollevano e fanno sentire la propria voce.

Nicolò Grivelli, V F LSSAM

3)

La distopia è un’utopia distorta, una speranza avariata, un’illusione di progresso che, invece di migliorarci, ci fa sprofondare dentro un baratro oscuro. Si riferisce, in ogni caso, a scenari futuribili, e l’analisi di un futuro degenerato prende spunto da quelle dittature sviluppatesi nel XX secolo: i totalitarismi novecenteschi.

Il termine “totalitarismo” è stato coniato in Italia nel 1923, data in cui vengono pubblicati gli scritti di Giovanni Amendola, l’antifascista che lo usò per descrivere l’operato mussoliniano, ovvero una politica di eliminazione completa dell’opposizione, accompagnata da un tentativo di appropriazione di tutto il potere, senza lasciare nessuno spazio ad altri. Tuttavia, proprio questo sistema, primo a diventare emblema dei regimi dittatoriali, fu considerato da alcuni storici un totalitarismo imperfetto. Infatti, un regime totalitario si verifica quandol’aspetto politico invade la società, il governo accentra su di sé ogni potere, soffocando ogni autonomia e orientando ogni aspetto della vita di relazione dei cittadini; questo tipo di regime non tollera l’esistenza di istituzioni e associazioni che possano limitare in qualche modo le sue capacità di controllo, come chiese, circoli, accademie, partiti, aziende influenti. E proprio questo fattore declassò il fascismo a semplice dittatura, in quanto Mussolini si servì delle alleanze con alcune istituzioni e del loro appoggio, piuttosto che annientarne l’autorità. Che questo totalitarismo fosse imperfetto è evidente, considerando gli accordi con la Chiesa cattolica e la protezione reciproca che si assicuravano, oppure valutando l’immutata posizione del re, che, seppur vide ridursi il proprio prestigio, non venne spodestato; ne è indice anche il l’impianto economico liberista che  inizialmente fu applicato al fine di non perdere il consenso degli industriali. Sebbene queste fossero divergenze rispetto agli altri sistemi antidemocratici, ci sono alcuni fattori caratterizzanti il fascismo comuni a quelli dei due totalitarismi più propri: il nazismo e il comunismo staliniano. Questi, teorizzati da alcuni politologi, sono: 

  • La presenza di un leader carismatico, idolatrato e venerato, e di un partito unico che controlla la burocrazia e la pubblica amministrazione
  • Un’ideologia compiuta che investe ogni aspetto della vita individuale e sociale, che spesso prevede l’identificazione di un nemico da ostracizzare per realizzare la perfetta società
  • Il controllo sistematico dei mass media, dell’informazione e della propaganda
  • Un sistema di terrore sia fisico sia psicologico gestito da un corpo di polizia segreta affiliata al governo

‹‹La voce di Londra››. Il controllo mediatico.

Forse in solitudine si sente la necessità dell’autodeterminazione, ma non appena gli individui si aggregano in una forma comunitaria, in ognuno di loro viene meno quella sicurezza e quella prontezza nel seguire l’istinto, in favore di un dubbio, un intimo scrupolo. L’esitazione sopraggiunge nel momento in cui si entra a far parte di una società, per la quale sia necessaria una forma di governo e una regolamentazione e per cui, quindi, non è più possibile agire impunemente ma è obbligatorio conformarsi a un modello dato. Sebbene nel corso della storia diverse società e popolazioni abbiano seguito diversi modelli ordinativi, come quello democratico, oligarchico, monarchico, repubblicano, dittatoriale e addirittura anarchico, è evidente come alla base di ogni forma di governo ci sia comunque la fondamentale limitazione del potere, esercitato da vari organi e la definizione di alcuni diritti inviolabili. Inoltre, questo potere è stato, storicamente, spessissimo detenuto da pochi, privilegiati membri, che per secoli lo hanno consolidato, tramandato di generazione in generazione e ne hanno abusato, escludendo le masse dalla partecipazione. Questo modello è stato seguito sia in Oriente sia in Occidente finché un’eccezione, un simbolico evento la cui data emblematica è il 1789, non ha cambiato (almeno apparentemente) le sorti dei rapporti di potere: si tratta della Rivoluzione francese. Durante questo periodo l’insofferenza dei sudditi nei confronti del dispotismo dei sovrani costringe questi ultimi a piegarsi alla volontà del popolo, concedendogli più diritti, più rappresentanza politica, più autonomia, più libertà. E i disordini si diffondono presto in tutta Europa, la quale vede molte sue Nazioni modificare le proprie legislazioni, in senso maggiormente democratico. Molti Paesi  (anche extra-europei) insorgono reclamando finalmente la propria indipendenza. Ciò che sembra la fine di un’epoca di soprusi e autarchie, è in realtà solo una pausa, dopo la quale alcuni dei nuovi detentori del potere cercheranno di recuperare velocemente il tempo perduto. In particolare, se nell’antica Grecia, all’interno del sistema formato da cittadini e schiavi, i cittadini greci precludevano completamente agli schiavi la possibilità di votare, ad esempio, dopo la Rivoluzione russa, 2400 anni dopo, la partecipazione delle masse era ambita e incoraggiata, ma mai prima che fosse avvenuta un’intensa attività propagandistica, un controllo sistematico dell’opinione pubblica, una manipolazione delle notizie. 

Nel film V per Vendetta, il conduttore televisivo Lewis Prothero gode di fama nazionale; il suo programma è trasmesso sui canali principali della televisione e tutte le famiglie inglesi si sintonizzano quotidianamente per ascoltare i suoi discorsi. Prothero è infatti definito “la voce di Londra” (per farne risaltare l’autorità e il controllo che esercita sui media), ma la sua voce è in realtà quella del governo inglese, di cui è affiliato; l’influente anchorman di volta in volta cerca di persuadere, inveire contro specifici soggetti, esaltare i telespettatori esortandoli ad appoggiare il governo, lodarli creandone il consenso, indirizzarli verso il conformismo, annullando le loro opinioni. In questo modo, proprio grazie alla loro attiva partecipazione, una volta pressati ideologicamente i cittadini potranno meglio esercitare il proprio potere e farlo confluire in quello stesso del regime. Il monopolio dei media e della macchina informativa è perciò uno strumento fondamentale dei totalitarismi.

‹‹Giudicheremo la faccenda a nostra discrezione, in veste di castigatori.››. La politica del terrore.

Nei regimi totalitari vengono sistematicamente eseguite azioni persecutorie; il potere è onnipresente e nessuno si sente al riparo.  Ognuno si sente a rischio, vista la consuetudine del regime di essere sempre in lotta con qualcuno, contro nemici reali o immaginari, come se il complotto fosse sempre all’ordine del giorno. In realtà è questo l’unico pretesto credibile per legittimare la repressione poliziesca e mantenere una tensione continua. In Russia ad esempio, durante gli anni 1937-1938, scomparvero misteriosamente molte persone, specialmente membri del partito bolscevico, esponenti dell’intellighenzia, loro parenti e spesso anche minori di 14 anni (ciò si aggiunge alle coeve persecuzioni di dissidenti e minoranze etniche). Il segretario del partito e capo del governo Stalin, riteneva che le intere famiglie fossero in qualche modo responsabili del comportamento del loro parente criminale, per cui chiunque avesse delle relazioni di parentela si sentiva inquieto e intimidito e viveva nel terrore di potersi una notte trovare, anche inconsapevolmente, faccia a faccia con le milizie dell’NKVD, essere trascinato via sulle loro camionette e non fare ritorno mai più. Erano adoperate misure restrittive, insieme per controllare ed intimidire le masse, a cui non si poteva trasgredire nella maniera più assoluta. 

Un esempio pratico è mostrato nel film “V per Vendetta”, in cui, fatta notte, gli altoparlanti installati nelle vie della città trasmettono questo messaggio: “Coprifuoco attivo. A partire da questo momento coloro che verranno trovati privi di autorizzazione saranno arrestati. Garantiamo la vostra incolumità.” Le pattuglie intanto continuano a perlustrare la zona in cerca dei presunti fuorilegge e non si risparmiano eventuali maltrattamenti o abusi su di loro, anche ingiustificati, poiché l’unico ordine del governo rimane quello di instaurare il terrore e farsi rispettare con ogni mezzo.

‹‹Si trattava di un giovane politico rampante membro del partito conservatore; uomo profondamente religioso e assolutamente determinato, più potere conquistava più era evidente il suo fanatismo e più aggressivi diventavano i suoi sostenitori. Alla fine, fu eletto con la carica appositamente creata di Alto Cancelliere››. Il leader.

I regimi totalitari hanno guide monolitiche, costituite da un partito, che si identifica praticamente con lo Stato, e una struttura verticistica, al cui apice sta un capo onnipotente, dotato di grande carisma. Il capo assume differenti appellativi nei vari regimi; in Germania Hitler si proclamò “Führer”, mentre Mussolini usò il termine “Duce”, desunto dalla tradizione latina, come richiamo all’antico Impero. La scelta non fu casuale: infatti il rimando all’antichità romana, periodo prospero e glorioso dell’Italia, trasmette istintivamente un senso di potenza e vigore. Mussolini seppe infatti ben interpretare le attese della popolazione in un momento di crisi e la necessità dell’avvento di un uomo forte che garantisse stabilità; per questo ricorse a una serie di atteggiamenti che, in quel particolare contesto, gli fecero acquistare un indiscutibile fascino e appeal.

Innanzitutto, sfruttò la gestualità e l’impatto del linguaggio corporeo per meglio apparire padrone delle sue idee e autorevole leader; egli era e doveva apparire l’uomo giusto per l’Italia al momento giusto: mascolino, fisicamente forte, anche violento. Dove essere simile a quello che era, nell’immaginario collettivo, l’antico civis romanus, ma anche simboleggiare il nuovo e virtuoso cittadino italiano. In secondo luogo, furono i discorsi di Mussolini a fargli accumulare consenso, perché trasmettevano sicurezza e potenza, facendo sembrare ogni suo piano infallibile. Le parole pungenti del Duce si articolavano per esprimere i concetti di guerra, forza, lealtà e onore come soluzioni salvifiche per l’Italia: “La guerra è per l’uomo ciò che la maternità è per la donna” o “È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende. E il vomere e la lama sono entrambi di acciaio temprato come la fede dei nostri cuori”.

 Infine, per creare l’immagine dell’italiano ideale, Mussolini sfruttò la propaganda, il cinema in particolare, esaltando la propria mascolinità: per dimostrare che era impavido e temerario, ad esempio, la propaganda lo mostrava mentre galoppava a cavallo o addomesticava un leone.

Il carisma, la retorica, la richiesta di fiducia erano elementi imprescindibili necessari al leader per incitare le masse agli sforzi bellici e alle grandi imprese necessarie al raggiungimento delle aspirazioni di supremazia della Nazione.

‹‹Ricordo come cominciò a cambiare il significato delle parole. Parole poco comuni come “fiancheggiatore” e “risanamento” divennero spaventose, mentre cose come “Norsefire” divennero potenti. Ricordo come “diverso” diventò “pericoloso”››. L’ideologia.

Anche se siamo abituati a pensare alla Storia come a un susseguirsi di grandi e distinte ideologie (alcune delle quali possono ancora essere riscontrate nella realtà attuale), milioni di nuove idee vengono partorite ogni giorno e altrettante volte vengono scambiate. Non sempre però le idee circolanti fanno effettivamente presa sulla psicologia e mentalità delle masse. Le più note e diffuse ideologie sono infatti il frutto di un perfetto allineamento tra la temporalità, un’idea espressa da qualcuno e condivisa da qualcun altro e un contesto sociale, un ambiente favorevole alla sua diffusione e approvazione. Pochi furono i geni capaci di fare la mossa giusta al momento giusto, carpendo quali fossero il tempo e il contesto più adatti; uno di questi fu sicuramente Benito Mussolini. Il contesto era quello di malcontento diffuso, inflazione, povertà e decadenza morale e, quando il fascismo si propose come artefice e promotore di una rivoluzione politica di destra a sfondo nazionalistico e patriottico, capace di ricostruire un rinnovato ordine sociopolitico, riscontrò grande successo. Il fascismo inoltre comprese le potenzialità infinite della nuova società di massa, interpretandone i caratteri essenziali e alleandosi con le frange più prepotenti. Esso consentì di partecipare ai successi di una ‘grande comunità’ ai giovani orgogliosi in cerca di riscatto e avventura, agli intellettuali senza appoggi e agli imprenditori privi di rappresentanza politica.  Li convinse di essere inseriti in una gerarchia basata sulla meritocrazia e non sui privilegi aristocratici e li guidò ad odiare il “diverso”, fosse esso un omosessuale, un immigrato, un ebreo o semplicemente un “non fascista”.

Nel film “V per Vendetta” a ricoprire il ruolo del leader è Adam Sutler, capo del partito denominato Norsefire. Sebbene già noto, il partito diventa influente a seguito di una catastrofica epidemia scoppiata in Inghilterra; l’unico antidoto contro il virus pandemico, infatti, è direttamente prodotto e distribuito in nome del partito stesso. Sutler riesce a sfruttare, come seppe fare Mussolini, la situazione critica e i disordini scoppiati in città per emergere come unico individuo capace di ristabilire ordine e pace e garantire sicurezza. In seguito a questo evento, egli viene eletto alla carica di Alto Cancelliere, e in breve tempo la sua politica aggressiva gli permette di diffondere un’ideologia basata sulla violenza, la disciplina, la preservazione dell’ordine sociale. Quest’ideologia, passivamente approvata dalla popolazione, gli consente di legittimare azioni come eliminare l’opposizione e lasciare al comando un unico partito, accentrare su di sé tutti i poteri e dirigere sia la pubblica amministrazione sia la milizia, istituire un corpo di polizia segreta per esercitare controllo e terrore. Le sue idee sono, inoltre, fautrici della stigmatizzazione del diverso; infatti il Cancelliere si arroga il diritto di discriminare e incarcerare dissidenti politici, comunisti, omosessuali e lesbiche, non protestanti, presunti criminali sospetti e minoranze etniche come quella irlandese, accusandoli in un modo o nell’altro di turbare la quiete e danneggiare la perfetta società democratica inglese. 

Sia il termine “utopia” sia il termine “distopia” si riferiscono a scenari immaginari, assetti politici, sociali o religiosi ideali che non trovano corrispondenza nella realtà. Tuttavia, mentre l’utopia si riferisce a una fantasia auspicabile e benefica, la distopia considera quella fantasia altamente indesiderabile e spaventosa. Dell’utopia parlò Platone, teorizzando il mondo sublime dell’Iperuranio, o Leibniz, considerando la realtà come “il migliore dei mondi possibili” o, ancora, venne concretizzata nei dipinti del XV secolo intitolati “La Città Ideale”. Della distopia invece hanno parlato scrittori e  registi dal XX secolo in poi. 

Paradossalmente, uno scenario futuribile negativo si può sviluppare proprio negli animi di chi vive in quella che può sembrare un’utopia. In un’epoca di affermata evoluzione tecnologica e scientifica, per esempio, hanno contemporaneamente luogo romanzi che pensano alle tecnologie come fonte di danno, o a qualche esperimento biologico che rischia di degenerare in un’epidemia che stermina i cittadini. In un’epoca di democrazia e giustizia sociale, può, da una piccola stortura del sistema, nascere un’idea che, pessimisticamente, amplifica quel poco che c’è di negativo

Insomma, la distopia può avere luogo a partire dalle società apparentemente “buone” dell’età contemporanea; la globalizzazione, la mercificazione, l’impetuoso sviluppo tecnologico, sono tutti fattori che possono frustrare e far riflettere gli individui, facendone nascere a volte prospetti non tanto desiderabili.

Viceversa, a volte purtroppo visioni distopiche così negative possono derivare anche da fatti realmente accaduti; è, appunto, il caso della letteratura distopica che si ispira alla crisi dei totalitarismi del XX secolo. Anche per evitare che si ripetano.

Chiara D’Aloia, V F LSSAM

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