Apri un social e piovono messaggi e articoli che inneggiano all’odio razziale, che dipingono una società divisa, dove c’è sempre un nuovo nemico in agguato pronto a minacciare la tua tranquillità e il tuo benessere, ma in tutta questa angoscia poi ti capita di incontrare lei, Clementine, e le sue parole, come un fiume in piena, ti trascinano verso un luogo che si chiama “Speranza”.
Clementine Talatou Pagmogda è cittadina italiana dal 2015, la sua filosofia è che stiamo nella stessa barca e dobbiamo conoscerci per remare insieme. Lei proviene dal Burkina Faso da una famiglia con background migratorio. Dopo un’infanzia difficile, passata ad inseguire il sogno di imparare a leggere e a scrivere per poter inviare una lettera alla madre lontana, si è laureata ed è arrivata in Italia vincendo una borsa di studio offerta dalla Normale di Pisa.
Circa un centinaio di allievi del nostro Istituto il 5 giugno hanno ascoltato il racconto appassionato delle vicende e degli ostacoli che Clementine ha dovuto superare per raggiungere i suoi obiettivi ma, ancor di più, hanno avuto modo di condividere una serie di riflessioni, basate su esempi concreti, sul razzismo di cui è impregnata la nostra società, in cui tutti gli stranieri vengono assimilati alla stessa stregua, soprattutto quando accade un avvenimento che ha risvolti negativi. Il razzismo non è necessariamente un atto violento, ma è un atteggiamento mentale, per esempio quello di chi, interpellato per avere un’informazione stradale, immediatamente si insospettisce al colore della pelle e se ne va senza rispondere.
Ecco allora perché è importante conoscerci.. Siamo persone con diritti, tutti meritiamo una risposta. E invece in generale il pensiero è che se una persona è “negra” allora vuol dire che è povera e, necessariamente, si trova nel posto sbagliato, invece bisogna parlarsi, ascoltarsi e costruire un mondo nuovo di pace. Invece del “torna a casa tua” nel ventunesimo secolo non si può pensare che solo chi è bianco e italiano.
Clementine è orgogliosa della sua cittadinanza perché è stata una conquista, cosa diversa dalla cittadinanza di chi nasce in un luogo e quindi la acquisisce senza nessuno sforzo e senza fare nulla per meritarsela, al contrario della sua, scelte e cercata.
I diritti si difendono e più se ne prendono, più se ne acquistano. E non è vero che finiscono, anzi è il contrario, perché nessuno toglie diritti agli altri, a quelli che già li hanno. L’emigrazione non è un peccato, è un diritto. È uno spostamento e peraltro nella storia dell’umanità questi spostamenti sono sempre esistiti. L’essere umano è nomade, non per niente l’Africa viene chiamata anche culla dell’umanità; è il confine che crea un fuori e un dentro. La diversità è ciò che ci dà più valore, perché ogni diversità mette più valore alla nostra unicità, solo l’albero si fissa con le sue radici, invece l’uomo è fatto per camminare. A questo proposito lei ribadisce che il compito della scuola è formare e istruire, dotare le persone delle conoscenze necessarie per
aumentare il proprio valore; la mentalità deve essere aperta e quindi essere capace, prima di tutto, di analizzare situazioni complesse per rendersi autonoma dagli istinti e dall’irrazionalità che ci porta a inneggiare a degli slogan che hanno la finalità di mettere gli uni contro gli altri.
Istruire e educare. Anche se nel suo caso nessuno voleva pagare i soldi per la sua educazione, cosa che le aveva causato a soli 8 anni una sensazione orribile di solitudine totale, dato che nessuno voleva occuparsi di lei. Allora a quel punto Clementine decide che sarà lei a occuparsi della sua vita e della sua istruzione e con un obiettivo a breve termine, brevissimo termine, vuole imparare a scrivere per poter mandare una lettera in Costa d’Avorio ai suoi, alla famiglia della madre. Per avere notizie. E così, vivendo anche con un po’ di espedienti, di escamotage, questa esperienza scolastica (visto che puntualmente arrivava l’economo e la metteva alla porta perchè i suoi non avevano pagato) lei, rimanendo all’esterno della scuola per cercare di seguire i programmi dei suoi compagni, riesce ad arrivare poi fino alla scuola media e poi anche oltre. Per questo Clementine dice che deve molto al Burkina Faso, perché poi è arrivata in Italia con una cultura e una personalità che le hanno consentito anche di cogliere le differenze e che la portano ad essere una persona migliore, nel senso che la sua ricchezza culturale diventa un’occasione di confronto.
Clementine ci tiene a dire ai nostri studenti che la sua esperienza come supplente in alcune scuole italiane le ha fatto sentire una profonda tristezza nel vedere i giovani che giocano con il loro futuro. La gente è arrabbiata e incattivita, si cerca qualcuno a cui dare la colpa. È anche più facile dare le colpe piuttosto che risolvere davvero i problemi. La scuola è un dovere, non è un diritto. Invece viene sentita da molti solo come un obbligo e manca un obiettivo. Il mondo certamente è cambiato molto in fretta. Prima l’informazione arrivava solo dalla scuola, ora invece i nostri ragazzi hanno l’impressione di sapere, perché facilmente trovano delle notizie, ma si tratta spesso di conoscenze frammentate, eppure la scuola e l’insegnante sembrano ormai superati.
Ma non è esattamente così. Certo, i segnali che arrivano dall’esterno sono sconfortanti. Clementine ha un dottorato, due lauree, tuttavia è precaria. Influencer che hanno una scarsissima preparazione sono invece sui social ad esibire il loro successo, principalmente economico.
L’intervento ha toccato anche altri temi come le ingiustizie create dal sistema dei passaporti, creando individui di serie A e B a partire dal loro luogo di nascita; altrettanto importanti le riflessioni sui giovani di seconda generazione che vengono trattati come stranieri anche se magari non sono mai stati nel Paese d’origine di loro genitori e ciò può creare un senso di non appartenenza. Forse può essere una spiegazione del loro senso di sradicamento, anche perchè molti di loro sono ancora senza cittadinanza. E questa è un’altra delle ingiustizie che bisogna contribuire a combattere proprio attraverso l’informazione. Anche perché quando si nega un diritto, si nega anche un
dovere e quindi alla fine la negazione non è mai fruttuosa perchè in questa privazione, alla fine tutti siamo un po’ privati di qualcosa.
Il tempo è volato, ma le parole di Clementine non verranno dimenticate, sono cadute su un terreno fertile e potranno germogliare..questo è l’augurio che rivolgo a tutti i nostri studenti in un giorno per loro speciale, il giorno prima del loro Esame.




