
Il Carnevale nel Biellese ha origini molto antiche, tuttavia ha assunto la forma che mantiene tutt’oggi agli inizi del Novecento, in particolare negli anni Venti.
Durante questo decennio e nel successivo, il Carnevale diventò una festività di grande rilievo; la prima vera celebrazione fu nel 1926, data del primo “Processo al Babi”.
Il processo vede il Gipin (uccello di nome Giuseppe), maschera che rappresenta Biella, schierato contro il Babi (un rospo), maschera di Vercelli, nella contesa di Catlin-a (Caterina) già moglie del Gipin ma che ha mostrato attenzione per il Babi.
La leggenda su cui si basa il Carnevale Biellese narra che un giorno il Babi decise di allontanarsi da Vercelli e di andare verso i monti biellesi. Quando arrivò, si posò su un ramo, molto felice di aver trovato un clima meno umido, ma in quel momento il Gipin e la Catlin-a arrivarono nei pressi dello stesso albero e quest’ultima, alla vista del Babi, rimase sorpresa e affermò che era un bell’uccello, molto originale. Quest’affermazione suscitò orgoglio nel Babi, quindi, quando il Gipin disse alla moglie che si trattava solamente di un rospo, questi rimase stizzito e da quel momento diventò suo nemico.
Il processo venne fatto perché, dopo l’apprezzamento di Catlin-a, il Babi iniziò a vantarsi del suo aspetto e il Gipin lo portò in Tribunale con l’accusa di spacciarsi come il più bello tra gli uccelli. Il rospo venne condannato con queste parole: «[…] cessi una buona volta la sconcia diceria che il più bell’uccello di Biella sia il Babi. Domando per lui il massimo della pena: la morte. La vostra condanna sia severa, inesorabile, esemplare»[1].
Questa leggenda narra allegoricamente della rivalità tra Vercelli e Biella sia in ambito territoriale, vede infatti contrapposte pianura e montagna, sia in fatto di difesa: per i biellesi il Gipin è simbolo della difesa delle donne dallo straniero (il Babi) e più in generale dalle avversità.
Il processo, nel Carnevale biellese, da qualche anno è stato rimosso come evento, tuttavia, se chiediamo, gli anziani lo ricordano; mia nonna, ad esempio, mi ha raccontato che lo ricorda come un evento di satira in cui venivano criticate tutte le azioni dell’amministrazione comunale durante l’anno. Un’altra usanza persa è il rogo al Babi, infatti, dopo averlo condannato, veniva bruciato in piazza.
Per concludere con la storia del Carnevale, è importante notare che non è sempre stato evento di interesse: con l’avvento della guerra, infatti, la partecipazione e l’entusiasmo si smorzarono, rimanendo tali fino alla fine degli anni Settanta. L’interesse degli enti organizzativi in quel periodo calò drasticamente e, nonostante alcuni quartieri come Chiavazza e il Vernato avanzassero nuove proposte per festeggiarlo, queste non vennero approvate, anzi si abolirono addirittura le usanze già in voga come il Ballo del Lunes.
Dopo questo periodo di crisi durante il quale vennero a mancare anche le tradizionali fagiolate, negli anni Ottanta si ripresero in mano le antiche usanze e i carri allegorici tornarono a sfilare. Emblematiche sono le usanze di quest’ultimo periodo, imparagonabili a ciò che rimane oggi: interi paesi sfilavano lungo le vie principali, ogni rione con il proprio carro (Chiavazza e Pavignano erano i principali).
Ora le tradizioni che sono rimaste sono le fagiolate: ogni paese ha la sua, sebbene la più caratteristica sia quella del rione Chiavazza di Biella per il numero di porzioni distribuite (quest’anno circa 20.000 per un totale di 130 paioli); vi è poi la Folle Notte, manifestazione durante la quale si presentano tutte le maschere che quest’anno si è svolta al Piazzo; e il Ballo del Lunes, ripreso dopo gli anni Ottanta.
Le usanze collegate alla leggenda sono la consegna delle chiavi della città al Gipin, che avviene il sabato prima del Martedì Grasso, e la sfilata allegorica dei carri a Chiavazza, dei quali il più significativo è quello del Cucu, maschera tipica del quartiere e parodia del cucù (uccello che esce dagli orologi).
Per quanto riguarda invece il Carnevale nel territorio circostante, non si può non parlare del Carnevale storico di Ivrea.
Camminare per le strade di Ivrea durante i giorni di Carnevale è un’esperienza particolare: la prima cosa che colpisce gli avventori è l’odore e la presenza delle arance, visibili ovunque, in strada, sui muri delle case e addirittura nelle rotonde. Per chi vive lì, il Carnevale cela passione e un senso di fratellanza.
Il tutto nasce da una leggenda medievale sul coraggio di una donna, Violetta, la figlia del mugnaio, che decise di reagire a un regime opprimente. Si racconta che il tiranno Ranieri di Biandrate pretendesse di esercitare lo “ius primae noctis”, cioè il diritto di passare la prima notte di nozze con ogni giovane sposa della città. Violetta, appena sposata, ebbe il coraggio di dire di no e, con astuzia e freddezza, riuscì a far ubriacare il feudatario. Mentre l’uomo dormiva, lei impugnò una spada e gli mozzò la testa, ponendo fine ad anni di soprusi; il giorno seguente, espose la testa mozzata e il popolo, alimentato dalla gioia della libertà, rase al suolo il “Castellazzo”, residenza dell’ex tiranno.
Oggi, quella ribellione è un cerimoniale che coinvolge ogni eporediese. La Mugnaia, scelta ogni anno tra le spose di Ivrea per onorare lo stato di Violetta, sfila in bianco come simbolo di fedeltà e purezza, mentre sul capo porta il berretto frigio rosso, che significa schierarsi dalla parte della libertà e, per tradizione, protegge chi lo porta dal getto delle arance.
Ogni elemento della festa richiama quella notte: gli Abbà, i bambini che rappresentano i rioni, sfilano con una piccola sciabola sulla cui punta è infilzata un’arancia, rappresentazione della testa del tiranno. La stessa Battaglia delle Arance è la messa in scena di quel conflitto: i tiratori a piedi sono il popolo in rivolta, mentre i combattenti sui carri, protetti da maschere di cuoio, simboleggiano le guardie del signore che tentano invano di reprimere la sete di giustizia della città.
La Battaglia delle Arance è il momento più importante del Carnevale: oltre novecento tonnellate di frutti vengono scagliati contro i propri nemici.
La Battaglia si combatte in diverse posizioni: ci sono i Carri da Getto (le guardie del Tiranno) e i soldati a piedi (popolo in rivolta); ogni rione ha entrambe le fazioni e quest’anno i vincitori sono stati i “Baroni del Castello” per i carri da getto a quattro, i “Giullari di Corte” per i Carri da Getto a pariglie (10 aranceri) e i “Diavoli Aranceri” per i soldati a piedi.
Il Carnevale è anche scandito da rituali come la Preda in Dora, ossia il momento solenne in cui una pietra del castello distrutto viene gettata nel fiume, con il giuramento che nessuna oppressione ci sarà mai più in quel luogo e la cerimonia degli Scarli, durante la quale viene dato fuoco a grandi pali rivestiti di erica e, se il fuoco corre veloce verso l’alto, la città sa che sarà un anno di buona sorte.
La festa si chiude il martedì sera con la Marcia Funebre; durante questa si sente solo il suono dei flauti e il trascinare delle sciabole degli ufficiali sui ciottoli, mentre il saluto finale, sussurrato tra i vicoli in dialetto, è: “Arvedze a giobia a ‘n bot” (ci rivediamo giovedì all’una), simbolo di una promessa di ritornare a combattere per la libertà durante il Carnevale successivo.
Clotilde Graglia
[1] https://www.frammentidistoriabiellese.it/tradizioni-costumi-artigianato-musica/il-carnevale-di-biella-nel-novecento/il-babi-l-uccello-pi%C3%B9-bello-di-biella/
